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eccidio cantiere Gondrand

Un cantiere della Gondrand fu obiettivo di un violento attacco da parte di bande abissine.

Lo scontro si concluse con l'uccisione di tutti gli italiani ed etiopi presenti, inclusa una donna che vi si era stabilita insieme al marito.

Questi, brevemente, i fatti: all’alba del 13 febbraio 1936 un reparto di un centinaio di abissini dà l’assalto al cantiere all’interno del quale riposano un’ottantina di operai (il numero delle presenze e, quindi, quello delle vittime, non sarà mai indicato ufficialmente dalle autorità italiane) insieme con Cesare Rocca, sua moglie Lydia Maffioli e l’ingegner Roberto Colloredo Mels.

 Alberto Pollera, capo dell’Ufficio politico del II Corpo d’armata, 

giunto per primo sul luogo dell’eccidio, indica in settantaquattro il numero 

delle vittime italiane e in quaranta quello delle etiopiche. 

Si apprenderà successivamente che Lydia Maffioli è stata uccisa dal marito, il quale intendeva salvarla dall’oltraggio degli assalitori e che, a sua volta, si è subito dopo tolta la vita. 

Nonostante il frastuono provocato dallo scoppio di un deposito munizioni e dei colpi d’arma da fuoco esplosi da ambedue le parti, i soldati di stanza nei dintorni, che certamente hanno udito il boato, arrivano sul luogo a strage ultimata. 

La mancanza è imputabile soprattutto al comando militare di zona, che non ha saputo valutare i rischi e predisporre una difesa adeguata degli operai, assimilati dagli abissini a soldati che costruivano strade sulle quali venivano trasportati i rifornimenti bellici necessari all’aggressione; ovviamente l’impegno non viene profuso nella ricerca e nell’addebito delle responsabilità, 

quanto in una ricostruzione scritta dei fatti che, inoltrata alla 

Società delle nazioni, convalidi l’assunto fascista dell’impresa d’Abissinia come di una missione di civiltà contro la barbarie. 

Con grande rigore viene quindi effettuata la repressione nei villaggi sospettati di collusione con gli autori dell’eccidio: